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CURIOSITA’ (AMARE) SUL TERREMOTO DEL 1908

CURIOSITA’ (AMARE) SUL TERREMOTO DEL 1908

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lunedì, 26 novembre 2018
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«Un attimo della potenza degli elementi ha flagellato due nobilissime province – nobilissime e care – abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, sicché il grido pietoso scoppiava al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, fondendo e confondendo, in una gara di sacrificio e di fratellanza, ogni persona, ogni classe, ogni nazionalità. È la pietà dei vivi che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra. Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie». Questa fu la relazione al Senato del Regno sul terremoto di Messina e Reggio, a pochi giorni dal disastro.

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Era quasi l’alba di lunedì 28 dicembre 1908 quando alle ore 5:21 si scatenò un impressionante terremoto a cui i sismologi attribuirono valore XI su scala Mercalli. Resta tutt’oggi uno dei più potenti sismi della storia italiana. Le due città dello Stretto furono colte nel sonno e tutti i mezzi di comunicazione furono interrotti – ferrovie, strade, telefoni, telegrafo – danni ai collegamenti elettrici e alla condotta del gas.

Dall’Osservatorio Ximeniano di Firenze la prima annotazione fu: «Stamani alle 5:21 negli strumenti dell’Osservatorio è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione: “Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave.»

Il terremoto non fu l’unica fonte di distruzione in quelle ore, ma si aggiunse una catena di eventi prevedibili in disastri di quella portata. A seguito delle tre scosse che causarono il crollo istantaneo della maggior parte degli edifici, i sopravvissuti si trovarono sotto una pioggia torrenziale, una enorme nuvola di polvere che oscurò il cielo e al buio totale. Ancora storditi dalla sventura alcuni di essi restarono nei pressi delle loro abitazioni a cercare tra le macerie vicini e parenti, altri ancora invece fuggirono verso la costa, cercando nei pressi del mare un rifugio sicuro lontano dall’orribile devastastazione. I primi furono vittime delle esplosioni e degli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubazioni interrotte. I secondi invece non sapevano che da lì a breve, un maremoto caratterizzato da tre gigantesche onde (da 6 a 12 metri di altezza) si sarebbe abbattuto sul litorale peloritano. Quindi, la tragedia nella tragedia e il numero dei sopravvissuti si ridusse oltremodo.

LO STRANO CASO DEL RITARDO DEI SOCCORSI
La prefettura di Catania fu la prima a inviare a Roma un telegramma. Erano le 9:10 e il messaggio era il seguente:
“Ore 05:20 di stamattina avvertitasi violenta scossa di terremoto ondulatorio durata vari secondi. Popolazione impressionatissima. Telegrammi giunti finora da diversi comuni della provincia accennano soltanto danni fabbricati ma senza disgrazie”.

Negli uffici del Ministero degli Interni, nessuno si scompose: l’Italia è un paese sismico, le scosse sono quasi di routine.

Nel frattempo l’impiegato postale Antonio Barreca cammina sconvolto lungo la linea Messina-Siracusa per raggiungere la prima stazione disponibile dove poter lanciare l’allarme. Dopo tre ore di marcia arriva a Scaletta. Riesce a mandare un telegramma di due sole parole: “Messina distrutta”. Giovanni Giolitti – l’allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni – lo legge e decide di ignorarlo: questo Barreca deve essere un pazzo!
Eppure le notizie giungevano da tutte le zone limitrofe, ma solo i telegrafi di Messina e Reggio Calabria restarono in silenzio. Perché?

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Bisognerà attendere le 17:25 e questa volta un telegramma firmato dal tenente di vascello Belleni, comandante della torpediniera Spica: “Messina e Reggio non esistono più”. Ma Giolitti anche questa volta dubitò, non potendo immaginare la gravità del cataclisma e davanti ai giornalisti disse: “Non è possibile, qualcuno ha confuso la distruzione di qualche casa con la fine del mondo.”

L’esercito italiano arrivò a prestare soccorso solamente la mattina di martedì 29 e non fu accolto cordialmente dagli strettesi che invece avevano già ricevuto, fortunatamente, i primi aiuti da marinai russi e inglesi.

IL SINDACO “SCHETTINO”

Il Re Vittorio Emanuele III, accompagnato dalla Regina Elena, sbarcò a Messina la mattina del 30 dicembre. Furono accolti (tra le macerie), dal Prefetto Adriano Trinchieri e dal Sindaco di Messina GAETANO D’ARRIGO RAMONDINI. Il sindaco “impavido” disse al sovrano che l’aiuto era giunto dai russi e non dagli italiani. Il Re con disprezzo lo interruppe: “E lei si fa vivo adesso che tutto è finito?”. Infatti poco prima gli era stato comunicato che il sindaco era scappato, in preda al panico, e per più di un giorno si era reso irreperibile. D’Arrigo venne immediatamente destituito sia per la sua pavida fuga e sia per la successiva impavida polemica sui soccorsi. Venne proclamato lo stato d’assedio e furono conferiti i pieni poteri al generale Francesco Mazza.

LETTERE PROFETICHE E MALEDIZIONI
tratto da: 28 dicembre 1908 ore 5.21 Terremoto di Sandro Attanasio, Bonanno Editore, Acireale 1988

Nel 1907 l’arcivescovo di Reggio Calabria, Cardinale Gennaro Portanova, aveva scritto ad un conoscente che si trovava in America una lettera che in seguito venne ritenuta profetica. Il Cardinale, che aveva appena sessantadue anni e godeva perfetta salute, annunciava la sua prossima morte (infatti morì pochi mesi dopo, nell’aprile 1908) e concludeva così la sua lettera: “Ho un presentimento della mia fine non lontana. Così non mi strazierà la rovina di questa povera città. Se la rovina viene, io non sono più di questo mondo. Recate un poco della vostra energia agli sventurati”.

Appena pochi giorni prima della catastrofe, per una strana e terribile coincidenza il terremoto venne ricordato, anzi invocato. Nel numero di Natale di un foglio di Messina, “Il Telefono”, un periodico cosiddetto umoristico e sfrenatamente anticlericale, che si faceva notare per la sua volgare e gratuita antireligiosità, apparve una parodia della “Novena a Bambino Gesù”. Era una poesiola di protesta contro un nuovo balzello proposto dalla Giunta Comunale che aveva sollevato in città moltissime proteste ed una fiera polemica. Il Telefono terminava la parodia con questi versi: “O bambinello mio/vero uomo e vero Dio/per amor della Tua Croce/fa sentire la nostra voce/Tu che sai, non sei ignoto/manda a tutti un terremoto!”.

Cartolina-Messina-Terremoto-1908-Via-Garibaldi-Rovine

Infine, poche ore prima del terremoto, il 26 dicembre 1908, nel corso di un processo che si svolgeva al Tribunale di Messina, un ragazzo di diciotto anni accusato di furto venne giudicato e condannato a due anni di prigione. Al momento della lettura della sentenza la madre del giovane condannato, Carmela Gruno, con gli occhi dilatati, orrenda e sublime, come un’ossessa o una… veggente, irrompe nel Pretorio urlando: “Malanova! Havi a veniri un tirrimotu cu’ ‘ll’occhi e v’havi ammazzari a vui birbanti e a tutta Missina!”. Il terremoto arrivò puntuale, quaranta ore dopo. Ma venne “senz’occhi”. Non scelse i luoghi da colpire, né selezionò le sue vittime. Colpì ciecamente tutto devastando e uccidendo.

Rossella Oliveri

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